GU.PHO Off

Un archivio è un ecosistema  che interagisce con l’esterno

Una trentina di faldoni neri, quattro, cinque scatole, una decina di buste, un CD; tutti pieni di fotografie. Migliaia di immagini a colore o in bianco e nero che, in 10 metri quadri, racchiudono la storia fotografica recente di Spilamberto, catalogate e collocate negli anni di appartenenza e attribuite a un evento. 

Questo è quello che mi sono trovato a disposizione, nell’ultima saletta della biblioteca Peppino Impastato, frutto di un lavoro meticoloso fatto dalle volontarie dell’Associazione “N.A.S.Co a Spilamberto”. Un lavoro difficile, di pazienza e di ricerca, animato da una preziosa conoscenza del tessuto della comunità e della storia di Spilamberto. Grazie a loro, da parte mia e dell’Amministrazione.

Ando Gilardi (1921-2012), recentemente scomparso, fu il primo grande pioniere della valorizzazione di “vecchie” fotografie e archivi: i suoi PHOTOTECA sono memorabili, e furono, per me, i primi stimoli per osservare monografie complete su vari argomenti. Per Luca Panaro, nel suo saggio “ Tre strade per la fotografia”,  la ricerca di vecchi archivi è uno dei tre modi attuali per produrre immagini, a fianco di finzione e realtà.

Ed io? Come mi sono mosso all’interno di questo tsunami di immagini (cit. Erik Kessels) ?

Ho cominciato cercando di capire cosa e quali fossero i temi e le grandi categorie raccolte. Non mi sono concentrato sulla bellezza (!) o sull’estetica delle fotografie, ma su quelle “dimenticate”, quelle “orfane”, senza il faldone: quelle anonime. E c’erano. Sole, con un post-it attaccato, con un “non so”, un “forse”. Ecco, questo è il risultato della mia ricerca. Affiancato da Alberto Stefani, insieme abbiamo raccolto una ventina di fotografie senza data, alcune senza nome, che hanno fatto scattare in noi la curiosità e il desiderio di collocarle da qualche parte, dare loro nuova vita, farle risorgere.

Sono una ventina le immagini scelte, che hanno dentro la storia e la vita di persone per lo più scomparse, non “famose”, né popolari ma che, proprio per la loro ingenua rilevanza storica, meritano la nostra visione e, se possibile, ammirazione. All’interno di queste immagini, ho individuato una serie di miniature, una specie di secondo livello di visione, che accentua la profondità di uno sguardo sul mondo di allora. Sono fotografie sdrucite, quasi invisibili, come molte persone della nostra società, che ci raccontano da dove veniamo e che fatica ha fatto (e sta facendo) l’umanità per evolversi. Un cammino sempre pieno di lotte, insidie e incidenti che la fotografia, a modo suo, accompagna, a volte aiutando, altre volte complicando, l’interpretazione della storia.